gli eccidi

Operazione “Wallenstein”: le stragi dell’estate (30 giugno – 29 luglio 1944)

Nell’estate 1944 il rafforzamento della guerriglia partigiana, con la liberazione di vaste zone montagnose sottratte al controllo dei nazifascisti, e l’avvicinarsi del fronte ai contrafforti appenninici tosco-emiliani spinsero i comandi della Wehrmacht in Italia ad organizzare una serie di importanti operazioni di rastrellamento alle spalle della linea del fronte (Linea Gotica) con il duplice obiettivo di “ripulire” il territorio del retrofronte dai gruppi della guerriglia partigiana, e di rastrellarvi contingenti di manodopera per l'industria bellica del Reich. I rastrellamenti, sotto il nome in codice “Wallenstein“, avvennero con un massiccio impiego di truppe e interessarono in sequenza l’area ad est del passo della Cisa, fino alla statale del Cerreto (Wallenstein I, 30 giugno-7 luglio), le valli del Taro e del Ceno (Wallenstein II, 18-29 luglio), il territorio della “repubblica partigiana” di Montefiorino tra il Reggiano e il Modenese (Wallenstein III, 30 luglio-7 agosto).
La zona appenninica tra Val d’Enza e Val Baganza fu la prima ad essere investita dalle grandi operazioni di “lotta alle bande”. Qui, fra la sera del 30 giugno e durante la giornata del 1° luglio, le truppe si macchiarono di gravi eccidi. Secondo le fonti tedesche oltre 1100 uomini, dei circa 2500 rastrellati durante l’operazione “Wallenstein I”, furono deportati in Germania dalle province di Parma e di Reggio Emilia per essere impiegati nel lavoro coatto.
Durante le operazioni condotte sul territorio a ovest della strada statale n.62 della Cisa fra il 18 e il 29 luglio, i militari tedeschi uccisero oltre 60 persone. Intorno al 20 luglio anche le valli del Taro e del Ceno tornavano sotto l’occupazione militare tedesca. 
Il bilancio complessivo delle violenze compiute nel Parmense nel corso dell’operazione “Wallenstein” è di 156 vittime civili e di 70 caduti tra i partigiani, oltre all’incendio di numerosi abitati (Moragnano e Rusino intorno al Monte Fuso; Strela, Cereseto e Sidolo nel Bardigiano; Alpe, Setterone e Strepeto, frazioni di Bedonia) e alla deportazione di 1798 persone, catturate in parte anche nella provincia di Reggio Emilia. 

Il rastrellamento è una manovra accerchiante condotta da mezzi blindati e fanterie, con l’appoggio di mortai e artiglieria, che avanzano da più direzioni entro grandi sacche dove avvengono combattimenti frammentati tra unità di dimensioni ridotte. Per la guerriglia partigiana la risposta tattica al rastrellamento consiste nel frazionare le bande in gruppi più piccoli, cercando di filtrare attraverso l’accerchiamento nemico e di sganciarsi.

Il rastrellamento, preceduto dal bombardamento aereo venne eseguito da reparti per la guerra terrestre formati dai soldati dell’aviazione tedesca in Italia, sotto il comando del Flak-Regiment 131 agli ordini del tenente colonnello Johann Zieger. Il piano fu predisposto dal comando della seconda flotta  aerea (Luftflotte 2.) sotto la guida del generale Walter von Hippel. Malgrado la consistenza numerica delle truppe (da 5 a 6 mila uomini secondo le fonti tedesche), si trattava perlopiù di reparti con una limitata efficienza operativa, che non avrebbero potuto essere schierati in prima linea.

Le principali vie di comunicazione che attraversavano il territorio investito dall’operazione “Wallenstein” furono presidiate da unità di polizia, parte delle quali intervenne anche all’interno del rastrellamento, come nel caso di una compagnia del III./SS-Polizei-Regiment 12. e di un reparto della polizia militare (Feldgendamerie) segnalato a Lagrimone e a Rusino fra il 2 e il 3 luglio.

In avanscoperta agiva anche un’unità mobile della Polizia di sicurezza-SD, composta da circa 60 uomini specializzati nella lotta antipartigiana e guidati dal tenente delle SS Herbert Andorfer (Bandenbekämpfungskommando Andorfer), la cui presenza è segnalata con certezza il 17 luglio a Bardi. Fra le truppe provenienti dalla sponda reggiana dell’Enza vi erano con ogni probabilità i gendarmi della compagnia di stanza a Casina (Gendarmerie-Hauptmannschaft Umbrien-Marken) che nella notte di San Giovanni avevano massacrato per rappresaglia 32 civili nel piccolo villaggio di Bettola.

Accanto ai contingenti della X.a Mas e della Guardia nazionale repubblicana che operavano al fianco dei soldati tedeschi (vennero impiegati anche i 500 allievi della scuola-ufficiali della Gnr di Fontanellato), molte testimonianze segnalano concordemente l’attiva presenza di informatori e di collaborazionisti locali armati.  

Propietà articolo
data di creazione: lunedì 16 aprile 2007
data di modifica: lunedì 16 aprile 2007